
A una quindicina di chilometri dal centro di Belgrado, verso sud, si alza dai boschi una collina modesta sormontata da una cosa tutt’altro che modesta: una torre di cemento a sezione triangolare, poggiata su tre gambe come uno sgabello gigante, alta più di duecento metri. È la Torre Avala, e la sua è una storia di morte e resurrezione che i belgradesi raccontano con un orgoglio tutto particolare — perché questa torre l’hanno vista abbattere dalle bombe e poi l’hanno ricostruita, in buona parte, con i loro soldi.
Chi si chiede cosa vedere alla torre e sul monte omonimo trova diverse cose in un colpo solo. C’è la torre in sé, con il suo belvedere panoramico da cui lo sguardo corre fino alla Vojvodina; c’è la sua vicenda, dalla costruzione del 1965 alla distruzione durante i bombardamenti NATO del 1999 fino alla rinascita del 2010; c’è il Monte Avala, oasi verde e boscosa amata dai belgradesi in cerca d’aria buona; e ci sono i monumenti che lo abitano, dal solenne Monumento al Milite Ignoto scolpito da Ivan Meštrović al memoriale ai veterani sovietici caduti in un disastro aereo. In questa pagina li attraverso uno per uno, e in chiusura ti do i consigli pratici di sempre: dove dormire, come arrivare, quando andare e dove si trova.
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La torre a forma di triangolo

Partiamo dall’oggetto, perché è davvero speciale, e non lo dico per abitudine. La Torre Avala è stata l’unica torre al mondo ad avere come sezione un triangolo equilatero: non un fusto cilindrico piantato nel terreno, ma tre gambe che si uniscono a formare un treppiede, un omaggio dichiarato al tronožac, lo sgabello tradizionale serbo a tre piedi. È uno di quei rari casi in cui un’infrastruttura tecnica diventa scultura, e in cui l’ingegneria si concede un gesto d’affetto verso la cultura popolare del posto. Progettata dagli architetti Uglješa Bogunović e Slobodan Janjić con l’ingegnere Milan Krstić, fu costruita tra il 1961 e il 1965, e già allora impressionò per un dettaglio non da poco: un cantiere di quelle dimensioni e di quel rischio venne portato a termine senza un solo incidente mortale tra gli operai, cosa rarissima all’epoca.
Per decenni la torre è stata, insieme al Vincitore di Kalemegdan, uno dei simboli di Belgrado: il punto di riferimento che i viaggiatori cercavano all’orizzonte avvicinandosi alla città. Dalla sua antenna passò la storia della televisione jugoslava — le prime trasmissioni in bianco e nero, poi il colore dal 1971, poi il digitale terrestre. Era, semplicemente, il totem tecnologico del paese: la prova che la Jugoslavia sapeva costruire in grande e con eleganza.
La distruzione e la rinascita
Ed è qui che la storia si fa drammatica. Il 29 aprile 1999, nelle ultime settimane dei bombardamenti NATO sulla Jugoslavia, due bombe a guida laser colpirono una delle tre gambe della torre e la fecero crollare. L’obiettivo dichiarato era mettere a tacere la televisione di Stato serba, e la Torre Avala fu uno degli ultimi edifici abbattuti prima della fine delle operazioni. Per Belgrado non fu solo la perdita di un ripetitore: fu come veder cadere un pezzo di sé, un simbolo che apparteneva alla città, alla Serbia e alla memoria di tutta l’ex Jugoslavia.
Quello che accadde dopo è la parte che preferisco. L’idea di ricostruire la torre, esattamente dov’era e com’era, nacque nel 2002 dall’associazione dei giornalisti serbi, e negli anni successivi si trasformò in una gigantesca mobilitazione popolare: raccolte fondi, concerti, eventi, con artisti, scrittori, sportivi e gente comune a mettere il proprio contributo. Tra le iniziative ci fu perfino una partita di beneficenza tra Novak Đoković e Ana Ivanović, i due campioni serbi del tennis, con l’incasso destinato al fondo per la torre. Si stima che un milione di persone, in un modo o nell’altro, abbia partecipato all’impresa. Il cantiere ripartì nel dicembre 2006, dopo aver rimosso oltre un milione di tonnellate di macerie, e la nuova torre fu inaugurata il 21 aprile 2010: identica a quella perduta ma un paio di metri più alta, 204,68 metri in tutto. Quando sali quassù, vale la pena ricordarlo: non stai visitando una semplice torre panoramica, ma un monumento a una città che si è rifiutata di perdere il proprio simbolo.
Il belvedere su Belgrado e la Serbia verde

Il motivo pratico per salire, ovviamente, è la vista. Due ascensori portano al belvedere panoramico, evitandoti l’impresa delle scale, e da lassù lo sguardo si apre a trecentosessanta gradi su un panorama che ripaga il viaggio: da un lato Belgrado con i suoi fiumi, dall’altro la campagna serba che si stende a perdita d’occhio, e verso nord, nelle giornate limpide, si arriva a scorgere la pianura della Vojvodina. È il punto di osservazione più ampio della regione, e proprio perché la torre sorge su una collina isolata in mezzo al verde — e non incastrata tra i palazzi — la vista non ha ostacoli: solo boschi, fiumi e orizzonte.
Un dettaglio curioso, che noterai salendo: l’interno della torre è di una semplicità quasi spiazzante — corridoi dritti, stanze rettangolari — in netto contrasto con la drammatica forma triangolare che ammiri da fuori. È lo scarto tipico di queste strutture, dove l’audacia sta tutta nella silhouette e l’interno bada al sodo. Alla base della torre, dal 2017, è nato un piccolo complesso turistico con ristorante, galleria etnografica, negozio di souvenir e spazi all’aperto, che rende la visita più di una toccata e fuga.
Il Monte Avala, il polmone verde di Belgrado

La torre, per quanto scenografica, è solo l’inserto artificiale di un luogo che vale per sé: il Monte Avala. Con i suoi 511 metri d’altitudine è poco più di una collina, ma per i belgradesi è “la montagna” — la meta classica della gita fuori porta, il polmone verde dove i cittadini vanno a ripulirsi i polmoni anneriti dallo smog cittadino. I boschi di latifoglie e conifere che lo ricoprono furono piantati nell’Ottocento, e l’intero complesso è sotto tutela ambientale della città fin dal 1859, il che ne fa una delle aree protette più antiche della zona. La vegetazione conta oltre seicento specie, comprese diverse piante officinali, e il sottosuolo custodisce una piccola celebrità mineralogica: l’avalite, un minerale argilloso contenente cromo, una varietà di illite che prende il nome proprio da qui e che non si trova altrove.
Anche il nome della collina è un piccolo giallo etimologico: qualcuno lo fa risalire all’arabo “avala”, montagna nuda, qualcun altro al turco “havala”, belvedere, altura che domina. Comunque la si interpreti, il senso è quello: un’altura da cui si guarda lontano. Per chi ama camminare, l’Avala offre una decina di chilometri di sentieri segnati tra i boschi e qualche strada asfaltata, terreno ideale per passeggiate, corsa, mountain bike e gare di orientamento; e per chi preferisce il pranzo all’aperto, ci sono aree attrezzate per la griglia — istituzione sacra della domenica serba.
Il Monumento al Milite Ignoto
Sulla cima del Monte Avala, più o meno dove nel Medioevo sorgeva la cittadella fortificata di Žrnov che controllava l’accesso a Belgrado, si trova il monumento più importante del complesso: lo Spomenik Neznanom Junaku, il Monumento al Milite Ignoto. È opera di Ivan Meštrović, il più grande scultore croato del Novecento, che lo realizzò tra il 1934 e il 1938 in granito nero scuro, su iniziativa di re Aleksandar I Karađorđević, in omaggio alle vittime della Prima guerra mondiale cadute per il nuovo Stato che allora nasceva.
È un’opera severa e potente: un mausoleo a pianta rettangolare sorretto da imponenti cariatidi — figure femminili scolpite che rappresentano le regioni e i popoli del regno — di un rigore quasi arcaico, che ripaga la salita fin quassù. Vale la pena sapere che il monumento sorge sui resti di quella fortezza medievale demolita apposta per far spazio all’omaggio ai caduti: un gesto che, a seconda dei punti di vista, è stato letto come sacrificio necessario o come cancellazione discutibile di un pezzo di storia più antica. In ogni caso, davanti a queste cariatidi di granito nero si respira un’idea di monumentalità che appartiene a un’altra epoca, e che con la torre televisiva poco distante compone uno dei contrasti più interessanti della collina: il lutto della pietra e l’ottimismo del cemento, a poche centinaia di metri l’uno dall’altro.
Il monumento ai veterani sovietici
Scendendo dalla cima, lungo il percorso, si incontra un altro memoriale meno noto e dalla storia struggente: il Monumento ai veterani di guerra sovietici. Ricorda una tragedia precisa: il 19 ottobre 1964 un aereo sovietico Iljušin-18, diretto a Belgrado per le celebrazioni del ventesimo anniversario della liberazione della città, precipitò proprio su queste pendici. A bordo c’era una delegazione di trentatré persone, tra cui alti ufficiali dell’Armata Rossa — compreso il maresciallo Sergej Birjuzov, che nel 1944 aveva comandato le truppe sovietiche nella liberazione di Belgrado. Il monumento sorge nel punto dell’impatto, e aggiunge al Monte Avala un ulteriore strato di memoria novecentesca: qui, in poche centinaia di metri, convivono i caduti della Prima guerra mondiale, quelli della Seconda e il simbolo abbattuto nell’ultima guerra del secolo. Poche colline raccontano il Novecento con tanta densità.
Dove dormire vicino alla Torre Avala
Il Monte Avala è una gita, non una base: la stragrande maggioranza dei visitatori sale in giornata da Belgrado e rientra in città per la sera, ed è l’approccio che consiglio anch’io. La base logica resta dunque il centro di Belgrado, con tutte le sue opzioni — la zona di Stari Grad attorno alla piazza della Repubblica se vuoi la città sotto casa, i dintorni di piazza Slavija o il quartiere di Vračar per un ritmo più tranquillo — da cui l’Avala si raggiunge in una mezz’oretta scarsa. Detto questo, per chi cerca proprio la pace dei boschi e vuole svegliarsi lontano dal rumore cittadino, sulla collina e nelle sue immediate vicinanze esistono alcune sistemazioni immerse nel verde, compreso un albergo storico alla base della salita e qualche struttura poco distante: un’opzione di nicchia, perfetta per gli amanti della natura e per chi vuole approfittare dei sentieri all’alba, meno per chi ha in programma soprattutto musei e vita urbana.
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Come arrivare alla Torre Avala
L’Avala si trova a una quindicina di chilometri dal centro di Belgrado, lungo la strada statale che scende verso sud in direzione di Mladenovac e Kragujevac, e il modo più comodo per raggiungerla è l’auto: la salita è breve e alla base della collina si arriva in una mezz’oretta scarsa dal centro, traffico permettendo. Chi non guida può usare i mezzi pubblici: dal quartiere di Banjica partono diverse linee di autobus che portano ai piedi del monte, e nei fine settimana e nei giorni festivi un secondo bus navetta collega la base alla cima, risparmiandoti l’ultimo tratto di salita. È anche una meta amata dai ciclisti più allenati, che affrontano la salita come allenamento. In ogni caso, verifica orari e coincidenze del bus navetta prima di partire, perché il servizio in vetta è legato ai giorni festivi e può variare.
Quando andare alla Torre Avala
Il Monte Avala è bello in ogni stagione, ma dà il meglio nelle mezze stagioni: la primavera, quando i boschi rinverdiscono e le piante officinali fioriscono, e l’autunno, quando le latifoglie si accendono e l’aria è tersa — la stagione ideale anche per il panorama dalla torre, perché con il cielo limpido la vista spinge fino alla Vojvodina. L’estate offre il refrigerio dei boschi e le grigliate all’aperto, molto amate dai belgradesi nel fine settimana; l’inverno regala una collina silenziosa e, nelle giornate serene, viste nitidissime, a patto di coprirsi bene. Per la salita alla torre tieni presente che l’accesso è consentito tutti i giorni tranne il lunedì, e che il weekend è anche il momento in cui funziona il bus navetta dalla base alla cima: se dipendi dai mezzi, sabato e domenica sono i giorni giusti. Un consiglio: punta al tardo pomeriggio di una giornata limpida, così da abbinare la vista diurna al tramonto sulla città.
Informazioni utili
Dove si trova la Torre Avala
Il Monte Avala si trova in Serbia, a circa sedici chilometri a sud del centro di Belgrado, nel territorio della municipalità urbana di Voždovac, lungo la direttrice che dalla capitale scende verso Mladenovac e Kragujevac. È il primo vero rilievo che si incontra uscendo dalla città verso sud, un’altura boscosa di 511 metri che spunta dalla pianura come una sentinella verde alle porte di Belgrado — non a caso, nel Medioevo, la sua cima ospitava una fortezza a controllo degli accessi alla città. Oggi quella funzione di vedetta è passata alla torre televisiva, visibile da grande distanza, che fa da faro per chi arriva in città da sud. La sua vicinanza a Belgrado lo rende la fuga nella natura più facile e immediata per chi visita la capitale: mezz’ora di strada, e sei nel bosco, con la città distesa ai tuoi piedi.











