Cosa vedere alla fortezza di Kalemegdan, il cuore antico di Belgrado

Il Vincitore che guarda i fiumi, la chiesetta di Ružica con i lampadari fatti di bossoli, un pozzo che nessuno ha mai svuotato: qui Belgrado è cominciata.

Belgrado finisce — o forse comincia — in cima a una collina di 125 metri, dove la Sava entra nel Danubio e la città si trasforma in un parco pieno di mura. Io ci sono arrivato come ci arrivano tutti: camminando lungo la Knez Mihailova, la via dello shopping, finché le vetrine non lasciano il posto agli alberi e ti ritrovi dentro senza aver mai deciso di entrare. Se ti stai chiedendo cosa vedere alla fortezza di Kalemegdan, la risposta breve è: più o meno tutta la storia dei Balcani, compressa in 66 ettari di bastioni, parchi e leggende.

La risposta lunga è questo articolo, dove ti racconto la statua del Vincitore affacciata sulla confluenza dei fiumi, il cosiddetto pozzo romano con le sue storie di oro nascosto e sommozzatori scomparsi, la città alta con la torre del despota e la torre dell’orologio, la polveriera austriaca piena di marmi romani, la türbe ottomana di Damat Ali Pascià, il bunker costruito quando Tito litigò con Stalin, le chiese Ružica e Santa Petka nascoste sotto le mura, la città bassa con la torre Nebojša e la porta di Carlo VI, il Museo militare con i carri armati parcheggiati fuori, e il parco Kalemegdan vero e proprio, con i suoi venditori di banconote da cinquecento miliardi di dinari e uno zoo aperto dal 1936. Alla fine, come sempre, ti dico dove dormire, come arrivare, quando andare e dove si trova esattamente questo luogo.


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La statua del Vincitore e la terrazza sulla confluenza

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Il Pobednik, il Vincitore, è il motivo per cui la metà delle fotografie di Belgrado sembra uguale, e ha ragione lei. È una figura maschile in bronzo, nuda, appollaiata su un’alta colonna in cima al bastione sud-ovest della città alta, con lo sguardo puntato oltre i fiumi verso la pianura del Srem, da dove per secoli sono arrivati i guai. La scolpì il croato Ivan Meštrović per celebrare la vittoria nella prima guerra mondiale contro l’Impero austro-ungarico, il cui confine passava proprio lì davanti. Doveva essere collocato in piazza Terazije, in pieno centro, ma la nudità della statua scandalizzò i benpensanti dell’epoca e così il Vincitore fu spedito sulla collina, dove nessuno potesse guardarlo troppo da vicino. Vendetta perfetta: da esiliato è diventato il simbolo assoluto della città.

Ai suoi piedi c’è la grande terrazza panoramica, ed è qui che capisci perché duemila e passa anni di eserciti si siano ammazzati per questa collina. Sotto di te la Sava si getta nel Danubio, in mezzo galleggia la Grande isola della guerra, verde e disabitata, e oltre l’acqua si stende Novi Beograd. Al tramonto la terrazza si riempie di coppie, fotografi e signori che guardano il fiume come si guarda la televisione. Fermati anche tu: è la tappa che ripaga tutte le altre.


Approfondimento: Cosa vedere a Belgrado


Il pozzo romano, che romano non è

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Poco distante dalla statua del Vincitore si apre il cosiddetto pozzo romano, Rimski bunar, che è la mia attrazione preferita della fortezza per un motivo semplice: quasi niente di quello che ti racconta il nome è vero, e tutto quello che c’è dietro è meglio. Il pozzo non è romano: lo costruirono gli austriaci durante la loro occupazione tra il 1718 e il 1739, e con ogni probabilità all’inizio non era nemmeno un pozzo ma un silo per il grano, come annotava già il viaggiatore ottomano Evliya Çelebi. Quando i serbi ripresero Belgrado all’inizio dell’Ottocento lo battezzarono “romano” perché all’epoca vigeva la regola spiccia per cui tutto ciò che era vecchio doveva essere romano, e il nome è rimasto.

Gli austriaci, che dopo l’assedio del 1717 avevano il problema molto concreto di come dissetare una fortezza tagliata fuori dai fiumi, incaricarono l’ingegnere tedesco Johann Balthasar Neumann di trasformarlo in cisterna. Neumann costruì anche una scala elicoidale che scende nelle viscere della collina fino a 35 metri di profondità, ispirandosi al pozzo di San Patrizio di Orvieto — piccola soddisfazione, per noi italiani, ritrovare Orvieto sotto Belgrado. Da lì in poi il pozzo ha collezionato storie a un ritmo notevole: durante l’assedio del 1456 la costruzione ipogea precedente servì da prigione per trenta cospiratori ungheresi, lasciati morire sul fondo; durante la seconda guerra mondiale circolava la leggenda che vi fosse nascosto l’oro della banca nazionale jugoslava, e tre sommozzatori delle forze speciali tedesche si calarono a cercarlo senza più tornare su; un fatto di cronaca nera del 1954 ispirò a Dušan Makavejev il film Un affare di cuore, dove una donna finisce gettata nel pozzo dopo una lite d’amore. Oggi, dopo il restauro concluso nel 2014, si può visitare la parte superiore. Ti assicuro che affacciarsi basta e avanza.

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La città alta, la torre del despota e la torre dell’orologio

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La città alta, Gornji Grad, è il nocciolo della fortezza: oggi un parco con sentieri che serpeggiano tra bastioni, rovine e campi sportivi, ma per secoli il posto dove viveva letteralmente tutta Belgrado. Camminandoci impari a leggere le epoche dal colore della pietra: quella bianca è bizantina e serba tardomedievale, quella rossa è ottomana e austriaca. È un trucco che funziona sorprendentemente bene e ti fa sentire un archeologo senza sporcarti le mani.

I pezzi medievali più belli li ha lasciati il despota Stefano Lazarević, che nel 1402 scelse Belgrado come capitale del suo stato e la fortificò con l’entusiasmo di chi sa che prima o poi i turchi arriveranno: sua è la porta con la torre del despota, dall’aria ancora convincentemente minacciosa. Poco lontano svetta la Sahat kula, la torre dell’orologio, eredità dei secoli ottomani, che fa da riferimento quando i sentieri del parco iniziano tutti ad assomigliarsi. E i turchi, per la cronaca, arrivarono davvero: respinti nel 1456 grazie a Giovanni Hunyadi, tornarono nel 1521 con Solimano il Magnifico e questa volta la presero, tenendosela — salvo la parentesi austriaca — fino al 1867.

La polveriera e i marmi romani

Sotto un bastione della città alta si nasconde la polveriera, costruita dagli austriaci negli anni Venti del Settecento per rimpiazzare quella saltata in aria durante l’assedio del 1717. La sorpresa è che dentro non trovi polvere da sparo ma marmi: l’edificio, restaurato e aperto al pubblico nel 2014, ospita i reperti romani ritrovati attorno alla fortezza — stele funerarie, altari, monumenti — con due pezzi da novanta: il sarcofago di Giona e una statua chiamata Herkulanka, per la somiglianza con quelle rinvenute a Ercolano. C’è qualcosa di molto belgradese in questo riciclo: un deposito di esplosivi austriaco che diventa il salotto buono dell’antichità romana.

Perché di Roma, qui, ce n’è parecchia sotto i piedi. Prima ancora c’erano gli Scordisci, una popolazione celtico-illirica che nel III secolo a.C. chiamò l’insediamento Singidun; poi arrivarono le legioni, il nome divenne Singidunum e la Legio IIII Flavia Felix costruì sulla collina il castrum che è il bisnonno della fortezza attuale. Il nome Beograd, “città bianca”, compare per la prima volta in un testo bulgaro dell’878, e pare si riferisca proprio al biancore delle mura di pietra. C’è persino una leggenda secondo cui Attila sarebbe sepolto in una tomba alla confluenza dei due fiumi, il che, se non altro, è coerente con lo stile del posto.

La türbe di Damat Ali Pascià

Nel cuore della città alta, un po’ spaesato tra i prati, resiste uno degli ultimi frammenti di architettura islamica rimasti a Belgrado: la türbe di Damat Ali Pascià, il mausoleo di un Gran Visir dell’Impero ottomano morto nel 1716 combattendo contro gli asburgici. La storia dell’edificio è un piccolo pasticcio burocratico ottomano: la costruzione attuale risale al 1784 e fu eretta sopra la tomba di un altro Gran Visir, İzzet Mehmed Pascià; danneggiata pesantemente durante la prima rivolta serba, alla ricostruzione venne dedicata alla memoria di Damat Ali. Nei secoli ci hanno trovato posto anche altri due governatori ottomani della città. È piccola, ottagonale nell’anima, e vale i cinque minuti che ti chiede: è quel che resta di quasi quattro secoli di Belgrado turca.

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Il bunker della rottura tra Tito e Stalin

Se pensavi che la fortezza avesse smesso di aggiornarsi con gli ottomani, ti sbagli: tra il 1948 e il 1949, nel pieno del periodo Informbiro — quando Tito e Stalin passarono da migliori amici a peggiori nemici e la Jugoslavia temeva seriamente un’invasione sovietica — dentro le mura venne costruito un bunker di 200 metri quadrati, con tanto di cupola per l’artiglieria. Per farlo, con impareggiabile senso della continuità storica, demolirono un bastione appena scoperto delle mura medievali. Abbandonato per decenni, il bunker è visitabile dal 2012 e conserva gli arredi originali degli anni Cinquanta: letti, cisterne per l’acqua, porte blindate, condotti di ventilazione. È il capitolo della guerra fredda in un libro che era iniziato coi celti.

Le chiese Ružica e Santa Petka

Chiesa Ruzica Museo Militare Belgrado

Scendendo dalla città alta verso il Danubio, incassate sotto le mura, trovi le due chiese più fotogeniche di Belgrado. La Ružica è quella che ti resta addosso: la facciata è interamente divorata dall’edera, al punto che in estate sembra una chiesa travestita da siepe, e l’ingresso è sorvegliato da due statue in bronzo di combattenti serbi. Fu costruita tra il 1867 e il 1869, subito dopo la partenza degli ottomani, sul luogo di una cappella voluta da Stefano Lazarević e distrutta nel 1521; danneggiata gravemente nella prima guerra mondiale, venne restaurata nel 1925. Non a caso rimetterla in piedi fu una delle prime cose che fecero le autorità serbe appena ripresa la fortezza: certe priorità dicono tutto di un popolo.

Pochi gradini più in basso c’è la cappella di Santa Petka, progettata nel 1937 sopra una sorgente naturale ritenuta miracolosa contro l’infertilità femminile. Dentro è un tripudio di mosaici che ricoprono ogni superficie disponibile, e il contrasto con la sobrietà coperta d’edera della vicina è la ragione per cui vale la pena vederle insieme. Questo angolo della fortezza è anche il più adatto a una pausa vera: panchine, ombra abbondante e il traffico che è solo un ricordo.

La città bassa, la torre Nebojša e la porta di Carlo VI

torre Nebojsa kalemegdan belgrado

La città bassa, Donji Grad, è la parte che digrada verso i fiumi, e ha il fascino un po’ malinconico dei posti che sono stati importanti: un grande prato punteggiato di rovine dove un tempo, sotto Stefano Lazarević, fioriva una cittadina che si stima ospitasse tra i 5.600 e i 12.000 abitanti. Verso il Danubio spicca la Kula Nebojša, la “torre temeraria”, trasformata in museo nel 2010, che ogni tanto i fiumi si ricordano di allagare. Qui trovi anche il vecchio bagno turco, l’hamam, che oggi ospita il planetario di Belgrado — altra riconversione di cui il posto va giustamente fiero.

E poi c’è la porta di Carlo VI, eretta negli anni di Eugenio di Savoia e intitolata all’imperatore del Sacro Romano Impero, che si porta dietro una delle storie più surreali della fortezza: durante l’occupazione nazista gli archeologi dell’Ahnenerbe, l’organizzazione pseudoscientifica delle SS, scavarono qui per dimostrare che Belgrado fosse in fondo una città tedesca, da ribattezzare Prinzeugenstadt, “città del principe Eugenio”. Gli scavi finirono nel 1943 sotto i bombardamenti alleati, i tedeschi ricostruirono la porta arricchendola di dettagli in parte inventati — compreso lo stemma di un regno di Triballia mai esistito — e tutta la documentazione andò perduta nella ritirata. La porta è ancora lì, elegante e barocca, a fare finta di niente.

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Il Museo militare e la porta Stambol

Carigradski drum, Beograd 11000, Serbia

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Alla fortezza si accede storicamente dalla porta Stambol, quella che guardava verso Istanbul lungo l’antica Carigradski drum, la strada che collegava Belgrado alla capitale ottomana. Appena dentro ti accoglie il Museo militare, che è uno di quei musei con l’antipasto gratuito: lungo i bastioni sono schierati all’aperto cannoni, carri armati e mezzi da guerra di ogni epoca della storia serba, e puoi girarci in mezzo senza pagare un dinaro. Dentro, per un biglietto molto economico, ci sono armi, divise e bandiere. Confesso di aver dedicato più tempo ai carri armati arrugginiti all’aperto che alle vetrine: c’è qualcosa di istruttivo nel vedere l’artiglieria del Novecento parcheggiata su bastioni progettati per respingere i giannizzeri.

Il parco Kalemegdan, tra souvenir, monumenti e lo zoo

Il parco che avvolge la fortezza si chiama Kalemegdan, e il nome è un programma: dal turco kale, fortezza, e meydan, campo di battaglia. Occupava lo spazio aperto dove si combatteva sotto le mura, e divenne parco pubblico solo dopo la partenza degli ottomani, quando nel 1869 il principe Milan Obrenović fece spianare la parte orientale e piantare alberi. Oggi è il salotto verde dei belgradesi in ogni stagione: ci si dà appuntamento, si gioca a scacchi, si portano i bambini.

Entrando dalla Knez Mihailova, i primi duecento metri sono un bazar a cielo aperto di venditori di souvenir, e per una volta non sono le solite cianfrusaglie: centrini e maglioni fatti a mano dalla zona di Zlatibor, botticelle per la rakija e, pezzo forte assoluto, le banconote da cinquecento miliardi di dinari dell’iperinflazione jugoslava — il souvenir più economico e più vertiginoso che io abbia mai comprato. Poco oltre ti accoglie il monumento di gratitudine alla Francia, circondato da prati tenuti in modo sospettosamente perfetto, mentre nel Grande Kalemegdan trovi anche il museo della silvicoltura e della caccia.

Tra i resti ottomani sopravvive la fontana cinquecentesca di Sokollu Mehmed Pascià, dedicata a quel ragazzo cristiano rapito dai turchi che finì per diventare Gran Visir; durante un restauro del 2017, scavando lì attorno, sono saltati fuori i resti del castrum romano, un’urna dell’età del bronzo e persino oggetti neolitici, tanto per ricordare quanti strati ha questa collina. Nel Piccolo Kalemegdan, infine, c’è lo zoo di Belgrado, aperto nel 1936, con accanto il padiglione d’arte Cvijeta Zuzorić. Sappi solo che qui il tempo si dilata: metti in conto almeno mezza giornata per fare tutto con calma.

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Dove dormire vicino alla fortezza di Kalemegdan

La risposta più sensata è Stari Grad, il centro storico: la fortezza ne è l’estremità e dormire tra la Knez Mihailova e le vie circostanti significa raggiungerla a piedi in una passeggiata di pochi minuti, con l’intera offerta di caffè e ristoranti del centro sotto casa. Qui trovi di tutto, dagli ostelli ricavati nei palazzi ottocenteschi agli hotel storici fino agli appartamenti turistici, con prezzi che per gli standard delle capitali europee restano clementi. Se preferisci un’atmosfera più di quartiere, Dorćol — la zona che scende verso il Danubio subito a est della fortezza — è la scelta giusta: vie alberate, localini, e la città bassa a due passi. Chi dorme oltre la Sava, a Novi Beograd, avrà in cambio la vista sulla fortezza illuminata, ma dovrà attraversare il fiume ogni volta.


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Come arrivare alla fortezza di Kalemegdan

Se alloggi in centro, il modo giusto di arrivare è uno solo: a piedi, risalendo tutta la Knez Mihailova, la via pedonale dello shopping, fino a dove finisce. Lì attraversi la via Pariska e sei dentro il parco, senza soluzione di continuità: è probabilmente l’ingresso in un monumento più naturale d’Europa. La fortezza è delimitata anche dalle vie Tadeuša Košćuška e Bulevar Vojvode Bojovića, quindi gli accessi non mancano da nessun lato, compresa la città bassa lungo i fiumi. Dal resto di Belgrado bastano i mezzi pubblici o un taxi diretti in centro città: qualunque cosa ti porti in zona Stari Grad ti lascia a pochi minuti dall’ingresso. L’aeroporto Nikola Tesla è collegato al centro da bus e taxi, e da lì vale quanto sopra.

Quando andare alla fortezza di Kalemegdan

La fortezza è aperta e viva tutto l’anno, perché è prima di tutto il parco dei belgradesi, ma le stagioni migliori sono la primavera e l’autunno, quando il Kalemegdan è verde o dorato e camminare tra i bastioni è un piacere invece che una prova di resistenza. In piena estate conviene puntare sul mattino presto o sul tardo pomeriggio, anche perché il momento davvero irrinunciabile è il tramonto: la luce che cala sulla confluenza di Sava e Danubio, vista dalla terrazza del Vincitore, è lo spettacolo per cui la collina esiste. L’inverno ha il suo fascino spoglio e nebbioso, ma tieni conto che gli spazi visitabili come il pozzo o il bunker seguono orari propri, quindi meglio informarsi sul posto. Un’ultima nota pratica: la visita completa, tra città alta, città bassa, chiese e parco, riempie comodamente mezza giornata.

Informazioni utili

  • Biglietto di ingresso: –
  • Indirizzo: Kalemegdan bb, Beograd 11000, Serbia
  • Orari: mar. – dom. 07:30 – 15:30
  • Trasporti: Tram 2L, fermata “Kalemegdan”

Dove si trova la fortezza di Kalemegdan

La fortezza di Kalemegdan — il nome ufficiale sarebbe fortezza di Belgrado, Beogradska tvrđava, mentre Kalemegdan è a rigore il parco che la circonda — si trova nel comune di Stari Grad, il nucleo più antico di Belgrado, capitale della Serbia. Occupa la sommità di un’altura di 125 metri all’estremità del rilievo della Šumadija, esattamente sopra il punto in cui la Sava confluisce nel Danubio, di fronte alla Grande isola della guerra. Confina con i quartieri di Dorćol a nord-est, Stari Grad a est e Kosančićev Venac a sud: in pratica, è il punto in cui il centro storico di Belgrado finisce nell’acqua. Dalla parte opposta dei fiumi si stendono Novi Beograd e Zemun, che per secoli furono l’altra sponda di un confine tra imperi.

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