
Chi cerca cosa vedere al Museo dell’Arte Contemporanea di Belgrado di solito arriva per l’arte e se ne va parlando dell’edificio, che è un modo educato per dire che qui il contenitore compete alla pari con il contenuto. Sulla riva della Sava, quasi alla confluenza con il Danubio e di fronte alla fortezza di Kalemegdan, gli architetti Ivan Antić e Ivanka Raspopović hanno tirato su negli anni Sessanta una specie di cristallo di marmo bianco, cubi ruotati di quarantacinque gradi che si incastrano l’uno nell’altro.
Dentro custodisce oltre ottomila opere che raccontano più di settant’anni di arte jugoslava e serba: il modernismo dei primi del Novecento, le avanguardie dello zenitismo, il costruttivismo sloveno e il surrealismo belgradese, la nuova prassi artistica del dopoguerra con land-art, body-art e performance, la fotografia documentaria della ricostruzione e l’arte tagliente e politica degli anni Novanta. C’è la collezione permanente e ci sono le grandi mostre temporanee, c’è il parco delle sculture che circonda il museo e scivola lungo il fiume, e c’è la storia di un posto rimasto chiuso per dieci anni e riaperto nel 2017 con la mostra “Sequenze”. Mettici un paio d’ore e comincia, come consiglia il museo stesso, dall’inizio.
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L’edificio: il cristallo di cubi di marmo bianco

La prima cosa che vedi non è un quadro, è la casa che li contiene. Il museo è considerato una delle vette dell’architettura modernista della Jugoslavia socialista, e capisci perché ancora prima di entrare: l’edificio è composto da forme cubiche che si intersecano, ruotate di quarantacinque gradi rispetto alla base rettangolare, così che da fuori sembra un cristallo colto nell’atto di crescere. Il rivestimento è in marmo bianco, e la scelta cambia tutto: dà alla struttura una leggerezza che un blocco di cemento non avrebbe mai avuto, e nelle giornate di sole sembra galleggiare sulla riva della Sava.
Dentro, la logica prosegue. Antić e Raspopović non hanno impilato piani uno sopra l’altro come una torta, ma hanno disegnato mezzi piani sfalsati e spazi a diversi livelli che si affacciano l’uno sull’altro: cammini e la prospettiva sulle sale cambia di continuo, non guardi mai l’arte da un’unica altezza. La luce naturale entra da superfici di vetro posizionate con cura, illuminando le opere senza schiacciarle. È il genere di edificio in cui rischi di perdere venti minuti a fissare una parete vuota semplicemente perché è ben fatta, e non è tempo sprecato.
La collezione permanente: settant’anni di arte jugoslava e serba
Il cuore del museo sono le sue oltre ottomila opere, e la collezione permanente ne offre l’attraversamento più ragionato: più di settant’anni di creatività messi in fila in modo che si possa leggere come un racconto e non come un magazzino. Il consiglio della casa è di iniziare dal modernismo civile dei primi del Novecento, quando le prime influenze dell’espressione europea moderna cominciarono a filtrare nei circoli artistici jugoslavi, e da lì risalire il secolo.
Il bello è che qui l’arte non è mai separata dalla storia che l’ha prodotta. C’è la fase in cui il socialismo del dopoguerra spinge verso una nuova idea di modernismo, ci sono i risultati della cosiddetta nuova prassi artistica degli anni Cinquanta, e ci sono i decenni successivi con le loro rotture. Non è una collezione che ti chiede di conoscere già tutto: è costruita per farti capire come si è arrivati da un dipinto a olio a un’installazione, un pezzo alla volta.
Le avanguardie: zenitismo, costruttivismo sloveno e surrealismo di Belgrado
Se c’è una sezione che ripaga la curiosità è quella delle avanguardie storiche, perché è dove i Balcani smettono di essere periferia e diventano laboratorio. Qui incontri lo zenitismo, il movimento d’avanguardia nato in area jugoslava negli anni Venti, il costruttivismo sloveno con la sua fede quasi ingegneristica nella forma, e il surrealismo di Belgrado, che ebbe una stagione propria e non fu una semplice eco di quello parigino.
Sono correnti che nei manuali europei rischiano una riga a piè di pagina e che qui invece hanno lo spazio e il contesto che meritano. Ci passi davanti aspettandoti la solita provincia dell’arte e ti ritrovi di fronte a opere sperimentali che dialogavano alla pari con quello che si faceva a Parigi, Berlino o Mosca. È il momento in cui il museo smette di essere un orgoglio locale e diventa un capitolo di storia dell’arte che semplicemente non ti avevano raccontato.
La nuova prassi artistica: performance, land-art e body-art
Salendo negli anni Cinquanta e oltre, l’arte esce dalla cornice e dal piedistallo. Il museo dedica ampio spazio ai successi della nuova prassi artistica: la performance, la land-art, la body-art, tutte quelle forme in cui l’opera smette di essere un oggetto da appendere e diventa un gesto, un corpo, un pezzo di paesaggio. Sono i decenni in cui gli artisti jugoslavi si mettono in gioco fisicamente, e la documentazione di queste azioni ha oggi il fascino un po’ spiazzante di un’energia che sembrava impossibile spegnere.
Accanto arrivano le nuove forme dei media: fotografia, film, video entrano in collezione a pieno titolo, non come parenti minori della pittura ma come linguaggi autonomi. È la parte del percorso che ti ricorda quanto questa scena fosse sveglia e in ascolto, capace di adottare ogni nuovo strumento quasi in tempo reale.
Marina Abramović e le sue radici belgradesi
Se un nome, in questa collezione, lo conosci già, è quello di Marina Abramović, e il museo lo custodisce con la naturalezza di chi ospita una figlia illustre. L’artista è nata a Belgrado e proprio qui ha mosso i primi passi, negli spazi di ricerca della città, prima di diventare una delle voci più celebri della performance mondiale. Le sue opere fanno parte della collezione del museo insieme a quelle di altri protagonisti della sperimentazione internazionale, e trovarla qui, alla radice, cambia un po’ la prospettiva: la performer che il mondo associa a New York è, all’origine, un prodotto di questa scena.
Il legame è tornato alla ribalta nel 2019, quando il museo le ha dedicato la grande retrospettiva “The Cleaner” — la sua prima mostra a Belgrado dopo oltre quarant’anni — con più di centoventi lavori e reenactment dal vivo di pezzi storici come “Art must be beautiful, artist must be beautiful” e “Imponderabilia”. Anche se quella mostra è passata, la presenza di Abramović nella collezione permanente resta uno dei motivi per cui questo museo conta ben oltre i confini serbi: è il punto in cui una storia locale diventa, senza forzature, storia dell’arte globale.
La fotografia documentaria e l’arte critica degli anni Novanta
Due sezioni chiudono il cerchio storico e sono, non a caso, le più dense. La fotografia documentaria racconta due mondi lontanissimi: da un lato la ricostruzione del paese dopo la seconda guerra mondiale, con la sua fatica ordinata e piena di speranza; dall’altro l’energia disinibita delle sottoculture degli anni Settanta, che è tutta un’altra musica. Metterle vicine è un piccolo colpo da maestro curatoriale, perché ti fa vedere in pochi metri quanto in fretta cambia un paese.
Poi arrivano gli anni Novanta, ed è la stanza in cui si smette di sorridere. L’arte impegnata e critica prodotta durante le guerre nella ex Jugoslavia non chiede ammirazione, chiede attenzione: sono opere nate dentro il disfacimento di un paese, e lo si sente. Non è la sezione più bella del museo, ma è quella che spiega meglio perché questa collezione conti davvero e non sia solo una bella parata di stili.
Il parco delle sculture lungo il Danubio
Il museo non finisce alle pareti. Tutto intorno all’edificio si stende un parco delle sculture con opere dei più importanti scultori jugoslavi del Novecento, e la cosa migliore è che non lo devi cercare: è già lì mentre entri ed esci. Ma la vera sorpresa è che il parco non si accontenta del giardino: seguendo le linee dell’architettura paesaggistica di epoca titina, prosegue lungo la riva del Danubio per chilometri, in direzione di Zemun, il quartiere dalle facciate asburgiche che un tempo era città a sé.
È un’idea generosa di museo, quella che ti lascia continuare la visita camminando lungo il fiume con le sculture come compagnia. Se hai una mezz’ora in più e la giornata regge, vale la pena seguirlo un pezzo: è il modo più bello per far decantare tutto quello che hai visto dentro.
Le mostre temporanee e la riapertura del 2017
Oltre alla collezione, il museo vive di un programma vivace di mostre temporanee, che portano spesso artisti internazionali e temi contemporanei, trasformandolo in un centro di scambio più che in un archivio. Attorno alle esposizioni ruotano workshop, conferenze e attività didattiche pensate per tutte le età, il che rende il posto meno solenne di quanto la sua architettura lasci temere.
Vale la pena sapere che il museo è rimasto chiuso per una decina d’anni, dal 2007, e ha riaperto nel 2017 con una grande mostra dedicata proprio alla collezione, intitolata “Sequenze”. La ristrutturazione ha conservato il concept e le proporzioni originali adeguandoli alle norme moderne, con nuovi impianti di illuminazione, allestimenti e materiali all’altezza degli standard museali di oggi. In pratica: l’involucro degli anni Sessanta è tornato in forma, ma dentro respira aria nuova.
Gli spazi collegati: Salone, Galleria Petar Dobrović e legato Zorić-Čolaković
Il museo è in realtà una piccola costellazione. Oltre alla sede principale gestisce altri spazi sparsi per la città: il Salone del Museo d’Arte Contemporanea, la Galleria Petar Dobrović e la Galleria-legato Milica Zorić e Rodoljub Čolaković. Sono sedi minori e non le incroci nella visita all’edificio sulla Sava, ma è utile sapere che esistono, perché ampliano il raggio del museo e ospitano mostre e collezioni che non troverebbero posto nella sede centrale. Se resti a Belgrado qualche giorno e ti prende la scena artistica, sono la deviazione naturale del passo successivo.
Dove dormire vicino al Museo dell’Arte Contemporanea
Il museo sorge sul lato di Novi Beograd, la Belgrado nuova di viali larghi e blocchi modernisti, ed è la zona in cui trovi il maggior numero di hotel di catena e appartamenti recenti, spesso più spaziosi e convenienti che nel centro storico. È una base comoda e razionale, con il museo raggiungibile a piedi o con un ponte di distanza. Se però preferisci dormire nel cuore antico della città, tutta la zona di Stari Grad attorno a Knez Mihailova e piazza della Repubblica ti mette dall’altra parte della Sava, a una breve corsa dal museo, con un’atmosfera più vissuta e una scelta che va dall’ostello alla piccola struttura in palazzo d’epoca.
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Come arrivare al Museo dell’Arte Contemporanea
Il museo si trova sulla riva sinistra della Sava, sul versante di Novi Beograd, poco a valle della confluenza con il Danubio e di fronte alla fortezza di Kalemegdan. Dal centro storico è più vicino di quanto la mappa suggerisca: attraversi il ponte e sei quasi arrivato, e con una bella giornata la passeggiata dal parco di Kalemegdan verso il fiume è una parte gradevole della gita. In alternativa i mezzi pubblici collegano le due sponde, e un taxi dal centro costa poco per la distanza — l’importante, come sempre a Belgrado, è accertarsi che il tassametro sia acceso prima di partire.
Quando andare al Museo dell’Arte Contemporanea
Essendo un museo al chiuso, funziona con qualsiasi tempo, ma dà il meglio nelle giornate limpide, quando il sole accende il marmo bianco e la luce naturale entra a fondo nelle sale: l’edificio è pensato per quella luce, ed è un peccato non vederlo così. I giorni feriali sono più tranquilli dei fine settimana, e la tarda mattinata o il primo pomeriggio ti lasciano il tempo di combinare la visita con una passeggiata nel parco delle sculture lungo il fiume. Come per gran parte dei musei belgradesi, controlla gli orari aggiornati prima di muoverti, perché possono cambiare con le stagioni e con le mostre.
Informazioni utili
Dove si trova il Museo dell’Arte Contemporanea
Il museo sta a Novi Beograd, sulla riva sinistra della Sava, quasi al punto in cui il fiume si getta nel Danubio, proprio di fronte alla fortezza di Kalemegdan e al centro storico. È una collocazione che dice molto della città: da una parte la Belgrado vecchia, ottomana e asburgica, arroccata sulla collina; dall’altra la Belgrado nuova, modernista e distesa, di cui questo cristallo di marmo è forse il simbolo più riuscito. Il fiume tra le due, e il parco delle sculture che dal museo si allunga verso Zemun, fanno il resto: sei nel punto esatto in cui la città guarda sé stessa da una sponda all’altra.











