
C’è un momento preciso in cui ho capito che un viaggio a Belgrado non assomiglia a nessun altro viaggio europeo. Ero in piedi sul bastione di Kalemegdan, davanti a me la Sava si gettava nel Danubio con la calma di chi lo fa da qualche milione di anni, e alle mie spalle una città intera discuteva, fumava e rideva ai tavolini. Ho pensato: questo posto non chiede di essere ammirato, chiede di essere frequentato. Ed è una differenza enorme.
Belgrado è la capitale della Serbia, conta circa 1,4 milioni di abitanti ed è una delle città abitate più antiche d’Europa: i Celti la fondarono nel III secolo a.C. col nome che i Romani trasformarono in Singidunum, e da allora è stata contesa, distrutta e ricostruita decine di volte da romani, bizantini, ottomani e asburgici. È l’unica grande capitale europea sorta alla confluenza di due fiumi navigabili, e questa posizione le è costata cara: qui passava il confine tra due imperi, e si vede ancora oggi, camminando da una sponda all’altra.
In questa guida ti porto in tutti i posti che contano davvero. Si parte dallo storico Hotel Moskva su Piazza Terazije e dalla spiaggia urbana di Ada Ciganlija, si sale a Kalemegdan, la fortezza di Belgrado, si respira nel verde del parco Tašmajdan e si scende lungo Knez Mihailova fino alle taverne della Skadarlija. Poi Piazza Slavija con la sua rotatoria leggendaria, l’anima austroungarica di Zemun con la torre di Gardoš, il Museo della Jugoslavia con la Casa dei Fiori dove riposa Tito, il modernissimo Waterfront di Belgrado e la Genex Tower, la Western City Gate che ti dà il benvenuto dall’aeroporto. Poi ci sono i musei: il Museo Nikola Tesla, il Museo Nazionale di Belgrado, il Museo dell’Aviazione di Belgrado. E ancora la chiesa ortodossa di San Sava, il Dom Narodne skupštine Republike Srbije, lo Stari Dvor, lo stadio Rajko Mitić dei tifosi della Stella Rossa, i quartieri di Novi Beograd, la torre Avala e un intero capitolo dedicato al brutalismo, che qui non è una moda da Instagram ma un pezzo di storia jugoslava.
Quanto tempo serve? Tre giorni pieni bastano per il centro e Zemun; con quattro o cinque aggiungi Ada Ciganlija, l’Avala e la Belgrado del cemento. La città si gira benissimo a piedi nel nucleo storico, mentre per le periferie ci sono autobus e tram economici. Preparati a camminare in salita: Belgrado significa “città bianca”, ma avrebbero potuto chiamarla città in pendenza.
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Attrazioni da non perdere a Belgrado
Belgrado non ha un monumento simbolo che la riassuma, e questa è la sua fortuna. Non c’è una Torre Eiffel davanti a cui fare la fila: c’è una città stratificata dove un palazzo Liberty del 1908 convive con una fortezza romana e con torri di cemento che sembrano uscite da un film di fantascienza sovietico.
Ho ordinato le attrazioni partendo da quelle che, secondo me, raccontano meglio l’anima della città. Prenditi il tempo di leggerle tutte: alla fine avrai in mano un itinerario vero, non una lista della spesa.
Kalemegdan, la fortezza di Belgrado

Ogni città ha un punto in cui tutto torna. A Belgrado è Kalemegdan, la fortezza di Belgrado, appollaiata sul promontorio dove la Sava incontra il Danubio. Il nome viene dal turco kale, fortezza, e megdan, campo di battaglia: più onesto di così un toponimo non poteva essere. Su questo sperone di roccia i Romani costruirono il castrum di Singidunum, e dopo di loro bizantini, ungheresi, ottomani e austriaci hanno demolito e ricostruito mura per quasi due millenni. Si dice che Belgrado sia stata rasa al suolo decine di volte nella sua storia, e quasi sempre la partita si è giocata qui.
Oggi la fortezza è il grande parco pubblico della città, gratuito e aperto giorno e notte. Dentro ci trovi la porta di Istanbul, i bastioni asburgici, il pozzo romano profondo una sessantina di metri, la piccola chiesa di Ružica ricavata in una polveriera, il Museo militare con i carri armati allineati nel fossato. E soprattutto il Pobednik, “il Vincitore”, la statua bronzea di Ivan Meštrović issata su una colonna nel 1928 per celebrare la vittoria nella Prima guerra mondiale: guarda oltre i fiumi, verso la pianura pannonica, ed è diventata il simbolo della città.
Il momento giusto per venire è un’ora prima del tramonto. Ti sistemi sul bastione occidentale, guardi il sole calare dietro Novi Beograd e la confluenza dei due fiumi accendersi di arancione, e capisci in dieci minuti la geografia e la storia di Belgrado meglio che in qualunque museo. Il mio consiglio? Entra da Knez Mihailova e perditi senza mappa: la fortezza è fatta di terrazze, scalinate e angoli nascosti, e la deriva è il modo migliore di visitarla. Calcola almeno due ore, di più se ti fermi al Museo militare.
Hotel Moskva, il salotto Liberty di Belgrado

Se Belgrado avesse un biglietto da visita, sarebbe la facciata verde e bianca dell’Hotel Moskva. L’albergo fu inaugurato nel 1908 alla presenza di re Petar I Karađorđević come palazzo della compagnia assicurativa russa “Rossija”, ed è uno degli esempi più belli di Art Nouveau dei Balcani: maioliche smaltate, tetto verde ripido, un angolo su Terazije che sembra la prua di una nave.
Dentro sono passati più di cento anni di ospiti illustri: la lista che l’hotel custodisce con orgoglio include scienziati, registi e scrittori da mezzo mondo, e il caffè al piano terra è rimasto il punto d’incontro della borghesia belgradese. Non devi dormirci per viverlo. Il mio consiglio? Entra nel tardo pomeriggio, siediti nella caffetteria storica e ordina la Moskva šnit, la torta della casa con panna, frutta e pasta sfoglia che qui preparano da generazioni. Costa quanto un dolce in una pasticceria italiana di livello, e ti compri mezz’ora dentro un romanzo mitteleuropeo.
L’Hotel Moskva funziona anche come bussola: si affaccia direttamente su Piazza Terazije, a due passi dall’imbocco di Knez Mihailova, quindi è quasi impossibile non passarci davanti più volte al giorno. Di sera la facciata illuminata è una delle immagini più fotografate della città, con la fontana di Terazije in primo piano. Fermati e guardala bene: è sopravvissuta a due guerre mondiali e ai bombardamenti del 1941 e del 1999, ed è ancora lì a servire torte.
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Piazza Terazije, il cuore pulsante della città

Terazije non è una piazza nel senso italiano del termine: è un allargamento del corso principale, un palcoscenico allungato dove Belgrado si mette in mostra da un secolo e mezzo. Il nome viene dal turco e rimanda alle torri di distribuzione dell’acqua che gli ottomani avevano piazzato qui; l’acqua è rimasta nella fontana ottocentesca, la Terazijska česma, tornata al suo posto davanti all’Hotel Moskva dopo vari traslochi.
Fermati al centro e girati lentamente: da un lato la facciata Liberty del Moskva, dall’altro la mole del palazzo Albanija, completato nel 1939 e considerato all’epoca il primo grattacielo dei Balcani con i suoi tredici piani. In mezzo scorre il fiume umano di Belgrado: impiegati, venditori di mais bollito, musicisti di strada, signore elegantissime e ragazzi in tuta della Stella Rossa, tutti insieme senza soluzione di continuità.
Terazije è il chilometro zero di ogni viaggio a Belgrado: da qui parte Knez Mihailova verso la fortezza, da qui scendi verso la stazione e il Waterfront, da qui in dieci minuti sei a Slavija o a Tašmajdan. Il mio consiglio? Usala come punto di riferimento fisso e attraversala a ore diverse: alle otto del mattino, quando la città corre al lavoro, e a mezzanotte, quando le luci del Moskva si specchiano sull’asfalto, sembrano due piazze diverse. E prima di andartene infila la testa nel passaggio sotterraneo pedonale: le vetrine un po’ fuori dal tempo sono un viaggio nella Belgrado anni Ottanta.
Knez Mihailova, la passerella di Belgrado

Da Terazije parte la strada che ogni belgradese percorre almeno una volta al giorno. Knez Mihailova è l’arteria pedonale che collega il centro moderno a Kalemegdan: circa un chilometro di lastricato dedicato al principe Mihailo Obrenović, il sovrano che nell’Ottocento ottenne il ritiro definitivo delle guarnigioni ottomane dalla Serbia. È una delle vie più antiche della città, ricalca il tracciato della Singidunum romana ed è protetta come bene culturale per i suoi palazzi accademici e borghesi di fine Ottocento.
Camminarla è un corso accelerato di storia dell’architettura serba: palazzi eclettici, facciate neorinascimentali, la sede dell’Accademia serba delle scienze e delle arti, librerie storiche, gallerie. E poi il teatro quotidiano: scacchisti concentrati, violinisti, studenti dell’università, venditori di palačinke. D’estate la via non si svuota mai davvero, nemmeno alle due di notte.
Il mio consiglio? Percorrila due volte. La prima in mezzo alla folla del pomeriggio, per il suo lato mondano, con una sosta in una delle caffetterie storiche. La seconda la mattina presto, quando le saracinesche sono ancora abbassate e puoi finalmente alzare lo sguardo sulle facciate: capitelli, cariatidi e date incise che di giorno nessuno nota. Alla fine della via, senza nemmeno accorgertene, sarai già dentro il parco di Kalemegdan: i belgradesi hanno costruito la loro passeggiata perfetta, dal caffè alla fortezza, e non l’hanno più cambiata.
Approfondimento: Belgrado in un giorno
Skadarlija, il quartiere bohémien delle kafane

C’è un punto in cui Belgrado smette di camminare dritta e comincia a ondeggiare: è la Skadarlija, la strada acciottolata in discesa a due passi da Piazza della Repubblica che dall’Ottocento fa da quartiere bohémien della città. Qui vivevano poeti e attori squattrinati, su tutti Đura Jakšić, pittore e poeta romantico la cui casa è ancora oggi un punto di riferimento della via; qui sono nate le kafane storiche, le taverne dove Belgrado ha sempre mangiato, bevuto e cantato.
Alcune resistono da più di un secolo e mezzo: il Tri šešira, “I tre cappelli”, serve dal 1864, e insieme al Dva jelena, “I due cervi”, è il posto dove provare la cucina serba nella sua versione più teatrale, con orchestrine che girano tra i tavoli suonando starogradska muzika, la musica della vecchia città. Il paragone con Montmartre è inevitabile e i belgradesi lo accettano con un sorriso: qui però niente funivia e niente code, solo ciottoli sconnessi e tavolini.
Skadarlija è turistica, inutile negarlo, ma è turistica alla maniera serba: i prezzi restano onesti e accanto ai visitatori ci trovi famiglie belgradesi che festeggiano compleanni. Il mio consiglio? Vieni per cena, non per pranzo, ordina una teglia di ćevapčići o una karađorđeva šnicla, accompagna tutto con un bicchiere di rakija di prugna e lascia una banconota ai musicisti quando arrivano al tuo tavolo: è il rito, e funziona da centocinquant’anni. Poi risali la via a notte fatta, quando le lanterne si accendono sui ciottoli: è la cartolina più sincera della città.
Zemun, la Mitteleuropa in riva al Danubio

Attraversa la Sava, risali il Danubio e cambia impero. Zemun oggi è un quartiere di Belgrado, ma fino al 1918 era una cittadina di frontiera dell’Austria-Ungheria: qui passava il confine con l’Impero ottomano, e la differenza si vede ancora tutta. Strade basse e ordinate, case a un piano con i cortili, campanili barocchi, un’atmosfera da provincia asburgica che con la Belgrado balcanica del centro non c’entra nulla. Fu comune autonomo fino al 1934, e certi abitanti anziani ci tengono ancora a dirti che loro non sono di Belgrado, sono di Zemun.
Il modo giusto di arrivarci è lungo il fiume: il Zemunski kej, la passeggiata sul Danubio, è un susseguirsi di pescatori, chioschi, splavovi galleggianti e ristoranti di pesce di fiume dove ordinare la riblja čorba, la zuppa di pesce piccante servita nel pentolino. Da lì ti inerpichi per le stradine acciottolate del vecchio nucleo fino alla collina di Gardoš, dominata dalla sua torre di fine Ottocento, di cui ti parlo più avanti.
Il mio consiglio? Dedica a Zemun mezza giornata piena, meglio se dal pomeriggio al tramonto. Sali a Gardoš per la vista quando la luce si abbassa, poi scendi al kej per cena in uno dei ristoranti sull’acqua. Il rientro verso il centro in autobus lungo il Danubio, con le luci della città che si accendono, chiude la giornata meglio di qualsiasi dessert. Se ami i mercati, la mattina il mercato rionale di Zemun è uno dei più autentici della città: qui i turisti sono ancora una curiosità.
Piazza Slavija, la rotatoria che è un rito di passaggio

Nessuno ti dirà che Piazza Slavija è bella, e nemmeno io lo farò. Slavija Trg è un’enorme rotatoria dove convergono alcune delle arterie principali della città, un vortice di autobus, tram e automobili che i belgradesi attraversano con la disinvoltura di chi ci è nato dentro. Eppure è un passaggio obbligato di ogni viaggio a Belgrado, letteralmente: se ti muovi in città, prima o poi ci finisci.
Vale la pena fermarsi, però, perché Slavija racconta la Belgrado che cambia. Al centro della rotatoria dal 2017 zampilla una grande fontana musicale che la sera si illumina e “suona” a orari programmati, diventata subito oggetto di battute feroci e di selfie in egual misura: molto belgradese anche questo. Intorno si alternano palazzi socialisti, hotel di catena, cantieri e caffè, in un collage urbanistico che definire disordinato è un complimento.
Da qui, soprattutto, parti in salita verso il plateau di Vračar e la chiesa ortodossa di San Sava, che da Slavija raggiungi in una decina di minuti a piedi. Il mio consiglio? Non attraversare mai la rotatoria in superficie inseguendo la fontana: usa gli attraversamenti pedonali sulle vie laterali, arma di pazienza chi è con te e considera Slavija per quello che è, uno snodo con personalità. Se hai fame, nelle strade attorno trovi alcune delle pekare più fornite del centro, aperte fino a tardi: il burek di mezzanotte a Slavija è un piccolo classico locale.
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Museo Nikola Tesla, l’eredità del genio

In una palazzina residenziale di via Krunska, a dieci minuti a piedi da Slavija, è custodita l’eredità dell’uomo che ha acceso il mondo. Il Museo Nikola Tesla esiste dal 1952 e conserva l’archivio personale dello scienziato nato nel 1856 a Smiljan da famiglia serba: decine di migliaia tra documenti, disegni, fotografie e strumenti originali, un fondo così importante che l’UNESCO lo ha inserito nel registro della Memoria del mondo. In una sfera dorata al centro di una delle sale riposano le ceneri di Tesla, trasferite qui da New York dove morì nel 1943.
Il museo è piccolo, e la sua forza sono le visite guidate con dimostrazioni: le bobine di Tesla che accendono lampade a distanza tra gli applausi, i modelli funzionanti del campo magnetico rotante, il racconto della guerra delle correnti contro Edison. Le guide alternano turni in serbo e in inglese, e vederle maneggiare i fulmini con il sorriso vale da solo il biglietto, che resta economico.
Il mio consiglio? Vai al mattino presto o prenota, perché gli spazi sono ridotti e i gruppi si riempiono in fretta, e abbina la visita a una passeggiata nel quartiere di Vračar fino a San Sava. Uscendo, ricorda che l’aeroporto di Belgrado porta il suo nome e che i dinari serbi hanno la sua faccia sulla banconota da cento: pochi Paesi hanno abbracciato uno scienziato con questa totalità.
Museo della Jugoslavia, per capire il Novecento balcanico

C’è un solo posto dove il puzzle jugoslavo si ricompone davanti ai tuoi occhi, ed è il Museo della Jugoslavia, sulla collina residenziale di Dedinje. Il complesso museale custodisce centinaia di migliaia di oggetti legati alla storia del Paese che non c’è più e soprattutto alla figura di Josip Broz Tito: fotografie, uniformi, regali di Stato arrivati da ogni angolo del mondo durante i decenni del movimento dei non allineati, e le celebri štafete, i testimoni della Staffetta della gioventù che ogni anno attraversava la federazione per consegnare gli auguri di compleanno al maresciallo il 25 maggio.
È un museo che si visita con un misto di fascinazione e vertigine: la Jugoslavia raccontata qui è quella dell’immagine pubblica, tra diplomazia, divise impeccabili e culto della personalità, e sta a te riempire i vuoti con quello che sai del dopo. Proprio per questo funziona: esci con più domande di quante ne avevi entrando, che è quello che un buon museo dovrebbe fare.
Il biglietto include l’accesso alla Casa dei Fiori, il mausoleo di Tito che trovi raccontato qui sotto e che del complesso è il cuore. Il mio consiglio? Arrivaci in autobus o in taxi da Slavija, calcola un paio d’ore abbondanti e, se capiti a Belgrado intorno al 25 maggio, controlla il programma: la data dell’ex “Giorno della gioventù” richiama ancora nostalgici da tutte le repubbliche ex jugoslave, e l’atmosfera diventa essa stessa un documento storico.
Casa dei Fiori, il mausoleo di Tito

Dentro il complesso del Museo della Jugoslavia, una serra luminosa piena di piante custodisce una lastra di marmo bianco con un nome e due date: Josip Broz Tito, 1892-1980. La Casa dei Fiori, Kuća cveća, era il giardino d’inverno annesso alla residenza del maresciallo, il posto dove si ritirava a lavorare tra le piante; alla sua morte, nel maggio 1980, fu scelta come luogo di sepoltura, e da allora è meta di un pellegrinaggio che non si è mai davvero interrotto. Accanto a lui riposa la moglie Jovanka, scomparsa nel 2013.
Il funerale di Tito fu uno degli eventi diplomatici più imponenti del Novecento: delegazioni da oltre cento Paesi, re, presidenti e segretari di partito insieme in una Belgrado ammutolita. Camminando nella quiete della serra, tra le targhe e le corone lasciate dai visitatori, quella scala sembra impossibile: tutto qui è sobrio, quasi domestico, e proprio per questo colpisce.
Non serve avere simpatie jugonostalgiche per trovare il luogo interessante: la Casa dei Fiori è una lezione di storia contemporanea concentrata in una stanza. Osserva i libri delle firme e ascolta le lingue dei visitatori intorno a te: sloveni, bosniaci, macedoni, croati, tutti in fila nello stesso posto, ognuno con il proprio conto aperto con la storia. Il mio consiglio? Visita prima le sale del museo e lascia il mausoleo per ultimo: arrivandoci con il contesto in testa, il silenzio della serra pesa il doppio.
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Chiesa ortodossa di San Sava, il gigante bianco di Vračar

Da quasi ogni punto alto di Belgrado la vedi: una cupola verde-rame su un corpo di marmo bianco, piantata sul plateau di Vračar. Il tempio di San Sava è uno dei più grandi edifici di culto ortodossi del mondo, dedicata al fondatore della chiesa serba nel luogo dove, secondo la tradizione, nel 1595 gli ottomani bruciarono le sue reliquie per punire le rivolte serbe. Costruirla è stata un’epopea: cantiere aperto nel 1935, fermato dalla guerra e dal socialismo, ripreso solo nel 1985, con la cupola centrale issata in un’operazione ingegneristica spettacolare alla fine degli anni Ottanta.
I numeri danno le vertigini: la pianta greca copre migliaia di metri quadrati, la cupola supera i settanta metri d’altezza ed è coronata da una croce dorata di dodici metri visibile da tutta la città. Ma è l’interno a lasciarti senza parole: la cripta sfarzosa e soprattutto i mosaici dorati che rivestono la cupola e le pareti, completati in anni recenti da maestranze serbe e russe, milioni di tessere che trasformano la luce in oro liquido.
L’ingresso è gratuito e la chiesa è viva: liturgie, candele, fedeli che baciano le icone accanto ai visitatori con il naso all’insù. Il mio consiglio? Vieni due volte, se puoi: di giorno per i mosaici, la sera per vedere il colosso illuminato con i belgradesi che passeggiano sul piazzale. Da Slavija sono dieci minuti a piedi in salita, e la mole che ti cresce davanti a ogni passo è metà dell’esperienza.
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Museo Nazionale di Belgrado, quattrocentomila anni in una piazza

Su Piazza della Repubblica, davanti alla statua equestre del principe Mihailo, il palazzo del Museo Nazionale di Belgrado presidia il salotto cittadino dal 1844, anno di fondazione dell’istituzione, la più antica del Paese nel suo genere. Dopo un restauro lunghissimo, il museo ha riaperto nel 2018 restituendo alla città le sue collezioni: centinaia di migliaia di pezzi che vanno dalla preistoria balcanica all’arte del Novecento.
Tre piani, tre viaggi. Al piano archeologico trovi i tesori delle culture di Lepenski Vir e Vinča, insediamenti sul Danubio tra i più antichi d’Europa, con le celebri figurine e le sculture in pietra dai volti di pesce. Salendo incontri l’arte medievale serba e il pezzo più prezioso della collezione, il Vangelo di Miroslav, manoscritto miniato del XII secolo iscritto anch’esso nei registri UNESCO. All’ultimo piano, la pinacoteca allinea maestri europei e jugoslavi, dagli impressionisti francesi ai pittori serbi dell’Ottocento.
È il classico museo che rischi di saltare perché fuori c’è il sole e Knez Mihailova chiama. Sbagliato. Il mio consiglio? Dedicagli due ore la mattina del secondo giorno, quando hai già camminato la città e i reperti si agganciano ai luoghi che hai visto. E prima di uscire fermati sulla scalinata esterna: la vista sulla piazza, con il teatro nazionale di fronte e il viavai belgradese, è la chiusura perfetta della visita.
Genex Tower, la Western City Gate di Novi Beograd

Arrivando dall’aeroporto la vedi prima ancora di capire cosa sia: due torri di cemento collegate in cima da un ponte, con un cilindro appoggiato sulla sommità come un’astronave in sosta. È la Genex Tower, ufficialmente Western City Gate, la porta occidentale della città: progettata dall’architetto Mihajlo Mitrović e completata alla fine degli anni Settanta, alta circa 115 metri più l’antenna, è il monumento involontario del brutalismo jugoslavo e una delle architetture più fotografate della Belgrado contemporanea.
Le due torri raccontano un’idea di città: una era destinata agli uffici della compagnia statale Genex, l’altra è tuttora un condominio abitato, a dire che lavoro e vita potevano stare nello stesso gesto architettonico. Il ristorante rotante previsto nel cilindro in cima non ha mai davvero girato, dettaglio che i belgradesi raccontano con un’alzata di spalle molto eloquente sul destino di certi sogni jugoslavi.
La torre non è un’attrazione da biglietto: è un’esperienza da marciapiede. Il mio consiglio? Inseriscila in un itinerario a Novi Beograd insieme ai blokovi, i quartieri di edilizia socialista di cui ti parlo più avanti: raggiungila con un autobus da Zeleni Venac, girale intorno, fotografala da vicino e da lontano. Al tramonto, quando il cemento si scalda di arancione, capisci perché mezzo mondo dell’architettura viene fin qui a vederla: è brutale di nome e di fatto, ed è bellissima proprio per questo.
Waterfront Belgrado, la città che guarda avanti

Torna sulla riva destra della Sava e troverai la Belgrado che vuole cambiare pelle. Il Waterfront Belgrado, Beograd na vodi per i locali, è il gigantesco progetto di riqualificazione partito a metà anni Duemiladieci sull’area dell’ex scalo ferroviario: torri residenziali, una passeggiata lungofiume di chilometri, il centro commerciale Galerija tra i più grandi dei Balcani e la Kula Belgrade, la torre di 168 metri che ha ridisegnato lo skyline ed è oggi l’edificio più alto della Serbia.
I belgradesi sul Waterfront si dividono senza mezze misure: per alcuni è il futuro, per altri uno strappo speculativo nel tessuto della città. Da visitatore puoi permetterti di sospendere il giudizio e goderti quello che funziona: la promenade sul fiume è diventata davvero il posto dove la città passeggia, corre e porta i bambini, con vista sui ponti e su Novi Beograd oltre l’acqua.
Il contrasto è la chiave di lettura: alle spalle delle torri di vetro resiste il quartiere di Savamala, ex zona portuale di magazzini anneriti che per un decennio è stata il cuore della vita notturna alternativa, e poco più in là la vecchia stazione ferroviaria del 1884, oggi trasformata in museo. Il mio consiglio? Percorri la passeggiata al tramonto partendo dal ponte di Branko verso sud: in mezz’ora attraversi centocinquant’anni di urbanistica belgradese, dai magazzini asburgici al vetro della Kula, e capisci il dibattito meglio di cento articoli.
Ada Ciganlija, il mare di Belgrado

Lasciati alle spalle i palazzi del centro e segui i belgradesi d’estate: finiscono tutti nello stesso posto. Ada Ciganlija è un’ex isola fluviale sulla Sava trasformata in penisola artificiale, e chiudendo i due bracci del fiume è nato il Savsko jezero, un lago balneabile lungo oltre quattro chilometri. I locali la chiamano senza ironia “il mare di Belgrado”, e nelle giornate più calde arrivano qui a decine di migliaia.
Il posto funziona perché è tutto fuorché una spiaggia improvvisata: ghiaia curata, acqua sorvegliata, chilometri di piste ciclabili sotto i pioppi, campi da beach volley e da basket, un impianto di cable wakeboard dove i ragazzini serbi fanno evoluzioni che ti fanno sentire vecchio. Lungo la riva si allineano decine di chioschi e café che i belgradesi chiamano splavovi quando galleggiano sull’acqua: birra fredda, pljeskavica alla griglia, musica fino a sera.
Io ci sono arrivato in bicicletta seguendo la pista che costeggia la Sava dal centro, una pedalata piatta e piacevole di una mezz’oretta, e ti consiglio di fare lo stesso: noleggiare una bici è facile e il percorso è tutto lungofiume. In alternativa ci sono gli autobus urbani dalla zona di Zeleni Venac. Il mio consiglio? Vieni in un giorno feriale di giugno o settembre, quando l’acqua è ancora calda ma la folla di agosto si è diradata, e concediti il giro completo dell’anello del lago a piedi o su due ruote: sono circa otto chilometri di Belgrado che non ti aspetti, verde, sportiva e rilassata.
Parco Tašmajdan, la pausa verde con vista su San Marco

Quando il centro comincia a pesarti, punta verso est. Il parco Tašmajdan è il polmone verde a dieci minuti a piedi da Terazije, e il suo nome racconta già tutto: taš in turco è la pietra, majdan la cava. Da qui, per secoli, si estraeva il calcare con cui Belgrado si costruiva, e il sottosuolo del parco è ancora attraversato da gallerie e cavità usate nei secoli come rifugi, depositi e persino comandi militari durante le guerre mondiali.
In superficie oggi trovi vialetti, fontane, un roseto, panchine piene di studenti dell’università vicina e pensionati che giocano a scacchi. A dominare il parco è la chiesa di San Marco, una massiccia costruzione in stile serbo-bizantino completata nel 1940 sul modello del monastero di Gračanica in Kosovo: dentro riposa l’imperatore Stefan Dušan, il sovrano che nel Trecento portò la Serbia medievale alla massima espansione. Accanto, quasi nascosta tra gli alberi, c’è una minuscola chiesa russa bianca costruita dagli emigrati fuggiti dalla rivoluzione del 1917.
Tašmajdan è anche un luogo della memoria recente: ai margini del parco si trova l’edificio della radiotelevisione serba colpito dai bombardamenti NATO nel 1999, con il memoriale dedicato ai dipendenti che vi morirono. È un angolo che i tour frettolosi saltano, e invece dice molto della Belgrado di oggi. Il mio consiglio? Vieni a metà mattina, compra un burek in una delle pekare sulla vicina Bulevar kralja Aleksandra e mangialo su una panchina davanti a San Marco: colazione belgradese perfetta, spesa minima.
Museo dell’Aviazione di Belgrado, cimeli e ferite sotto una cupola di vetro

Accanto all’aeroporto Nikola Tesla, una cupola di vetro e cemento che sembra un’enorme lente appoggiata sul prato custodisce uno dei musei più curiosi dei Balcani. Il Museo dell’Aviazione di Belgrado, inaugurato nel 1989 in un edificio progettato dall’architetto bosniaco Ivan Štraus, raccoglie decine di velivoli che raccontano un secolo di cieli jugoslavi: biplani, caccia della Seconda guerra mondiale, MiG sovietici, aerei di costruzione jugoslava come i Galeb e gli Orao.
Il pezzo di cui tutti parlano, però, è un frammento: i resti dell’F-117 statunitense, il caccia “invisibile” abbattuto dalla contraerea jugoslava nel marzo 1999 durante i bombardamenti NATO. Fu l’unico abbattimento di un velivolo stealth nella storia, e il relitto esposto qui, accanto ai pezzi di altri velivoli abbattuti, trasforma il museo in qualcosa di più complesso di una collezione di aerei: un luogo dove la Serbia racconta la propria versione di una guerra recente.
La visita richiede un paio d’ore e la posizione è il suo asso nella manica. Il mio consiglio? Incastrala il giorno della partenza se hai un volo pomeridiano: lasci i bagagli in aeroporto, raggiungi la cupola a piedi in pochi minuti e riempi l’attesa con qualcosa di memorabile. Controlla in anticipo giorni e orari di apertura, che in bassa stagione si riducono: trovarla chiusa con il trolley al seguito è un’esperienza che non auguro a nessuno.
Dom Narodne skupštine Republike Srbije, il parlamento serbo

Sul grande viale che collega il centro a Tašmajdan, il Dom Narodne skupštine Republike Srbije, la sede dell’Assemblea nazionale serba, è il palazzo del potere più fotografato del Paese. Il cantiere attraversò decenni e regimi: avviato all’inizio del Novecento nel Regno di Serbia, fu completato solo nel 1936, nel Regno di Jugoslavia, su progetto legato ai nomi degli architetti Jovan Ilkić e di suo figlio Pavle. Da allora la cupola centrale ha visto sfilare monarchia, socialismo, la Jugoslavia di Milošević e la Serbia democratica.
All’ingresso ti accolgono i due gruppi scultorei in bronzo di Toma Rosandić, “Giocavano i cavalli neri”, installati nel 1939: due uomini nudi che trattengono cavalli impennati, letti da sempre come allegoria della fatica di domare il potere popolare. Davanti a questa scalinata è passata la storia recente: qui culminò la rivoluzione del 5 ottobre 2000 che rovesciò Milošević, con il palazzo in fiamme ripreso dalle televisioni di tutto il mondo.
L’interno si visita solo in occasioni particolari o su prenotazione per gruppi, ma l’esterno merita comunque la deviazione, anche di sera quando la facciata è illuminata. Il mio consiglio? Osservalo dal parco Pionirski che gli sta di fronte, tra il palazzo del vecchio e del nuovo palazzo reale: in un colpo d’occhio hai un secolo di architettura del potere serbo, e sei a due passi sia da Terazije sia da Tašmajdan.
Stari Dvor, il vecchio palazzo reale

Proprio di fronte al parlamento, all’angolo tra due dei viali più eleganti del centro, lo Stari Dvor racconta la Belgrado monarchica. Il “vecchio palazzo” fu costruito negli anni Ottanta dell’Ottocento come residenza della dinastia Obrenović, in un accademismo elegante di colonne, timpani e cupole angolari che voleva dire all’Europa: anche la piccola Serbia ha la sua reggia. Qui la famiglia reale visse le sue stagioni più drammatiche, tra congiure e cambi di dinastia, fino al trasferimento dei Karađorđević nelle residenze di Dedinje.
Oggi il palazzo ospita l’Assemblea della città di Belgrado, cioè il municipio, e questa riconversione repubblicana è molto eloquente sul rapporto dei serbi con la propria monarchia: rispetto, memoria, ma niente nostalgie operative. L’interno si apre al pubblico solo in occasioni speciali, con visite guidate che mostrano i saloni di rappresentanza restaurati.
Anche solo dall’esterno, però, lo Stari Dvor vale la sosta, soprattutto la sera quando l’illuminazione gli restituisce l’aura da residenza reale. Il mio consiglio? Inseriscilo nella passeggiata che da Terazije porta a San Sava passando per il parlamento: sono tutti nel raggio di un chilometro e mezzo, e in un’ora di cammino attraversi l’intera parabola politica serba, dal regno alla repubblica, con il socialismo in mezzo. Se trovi un evento a porte aperte, entra senza esitare: i lampadari del salone rosso ripagano la coda.
Stadio Rajko Mitić, il Marakana di Belgrado

C’è un posto dove Belgrado smette di essere una città e diventa una fede. Lo stadio Rajko Mitić, che tutti qui chiamano Marakana in omaggio al tempio brasiliano, è la casa della Stella Rossa, il Crvena zvezda campione d’Europa e del mondo nel 1991, l’anno in cui la Jugoslavia vinceva tutto mentre si preparava a sparire. Inaugurato nel 1963 nella conca di Dedinje, arrivò a stipare oltre centomila spettatori nelle notti europee; oggi, dopo gli ammodernamenti, la capienza supera i cinquantamila posti.
Lo stadio si visita anche senza partita: il tour porta negli spogliatoi, in sala trofei davanti alla Coppa dei Campioni del 1991 e sul terreno di gioco, e il museo racconta i campioni di casa, da Dragan Džajić a Dejan Savićević. Ma la verità è che la Marakana va vissuta piena. Se capiti a Belgrado in una data giusta, il derby eterno contro il Partizan, che gioca a poche centinaia di metri, è considerato una delle partite più incandescenti del calcio mondiale: coreografie, fumogeni, un rumore che senti nello sterno.
Il mio consiglio? Per una partita normale il biglietto si compra facilmente e costa poco: scegli la tribuna laterale, lascia la curva nord ai Delije, gli ultras di casa, e goditi lo spettacolo. Per il derby, invece, muoviti con largo anticipo e informati bene: è un’esperienza enorme, ma va affrontata sapendo dove ti stai sedendo.
Novi Beograd, l’utopia costruita sulla palude

Attraversa la Sava e cambia secolo. Novi Beograd non esisteva prima del 1948: dove oggi vivono centinaia di migliaia di belgradesi c’erano solo sabbia e paludi tra i due fiumi, finché la Jugoslavia socialista decise di costruirci da zero la sua città del futuro. Brigate di giovani volontari bonificarono il terreno, e nei decenni successivi crebbero i blokovi, i grandi blocchi residenziali numerati che ancora oggi organizzano la vita del quartiere: il Blok 23, il Blok 61, ognuno con le sue torri, le sue scuole, i suoi campetti.
Per anni Novi Beograd è stato liquidato come dormitorio grigio. Oggi è il quartiere che gli appassionati di architettura attraversano con il naso all’insù: i complessi brutalisti dei blokovi, la mole orizzontale della Palata Srbija costruita per il governo federale, il fu Hotel Jugoslavija sul Danubio che ospitò capi di Stato da mezzo mondo, e naturalmente la Genex Tower che di questo skyline è la regina. In mezzo, una vita di quartiere vera: mercati, kafane di condominio, pensionati agli scacchi sotto torri di venti piani.
Il mio consiglio? Esplora Novi Beograd in due tempi: un giro architettonico tra i blokovi lungo il Bulevar Mihajla Pupina e dintorni, meglio se con una guida locale o un itinerario studiato prima, e una passeggiata rilassata sul lungofiume del quartiere, tra splavovi e ciclisti. È la faccia di Belgrado che i viaggi frettolosi non vedono mai, ed è quella che ti resta addosso più a lungo.
Torre Avala, il balcone sulla Šumadija

Quando la città comincia a starti stretta, punta a sud. Il monte Avala è la montagna di casa dei belgradesi, un cono boscoso di 511 metri a una ventina di chilometri dal centro, e sulla sua cima svetta la torre Avala: 204,68 metri di cemento e acciaio, la torre più alta dei Balcani. Quella che vedi oggi è una rinascita: la torre originale, completata nel 1965 e amatissima come simbolo della TV jugoslava, fu abbattuta dai missili NATO nell’aprile 1999; i belgradesi la ricostruirono identica con una sottoscrizione popolare, riaprendola nel 2010.
L’ascensore ti porta alla piattaforma panoramica in una manciata di secondi, e da lassù, nelle giornate limpide, lo sguardo spazia sulla conca di Belgrado, sul nastro del Danubio e sulle colline ondulate della Šumadija. Poco sotto la vetta, immerso nel bosco, c’è il monumento al Milite Ignoto progettato da Ivan Meštrović negli anni Trenta, un mausoleo di granito nero sorvegliato da otto cariatidi che rappresentano i popoli della Jugoslavia: solenne, silenzioso, potentissimo.
Il mio consiglio? Trasforma l’Avala in una mezza giornata verde: bus urbano o taxi fino ai piedi del monte, salita in torre, visita al monumento e pranzo in una delle trattorie ai piedi della montagna, dove i belgradesi vengono nel weekend per la carne alla griglia. È la gita fuori porta perfetta per il quarto o quinto giorno, quando il centro l’hai ormai consumato.
I migliori hotel di Belgrado
Boutique Hotel Townhouse 27 ****

Moxy Belgrade ****

Nobel Design Hotel ****
Brutalismo, la Belgrado di cemento che il mondo invidia

Chiudo con un’attrazione che non ha biglietteria né orari: il brutalismo. Belgrado è una delle capitali mondiali dell’architettura brutalista, quella stagione tra gli anni Cinquanta e Ottanta in cui la Jugoslavia socialista, sospesa tra i blocchi, costruì un’utopia di cemento a vista che non assomigliava né all’Est né all’Ovest. Il mondo se n’è accorto in ritardo: quando il MoMA di New York ha dedicato nel 2018 una grande mostra all’architettura jugoslava, i fotografi di mezzo pianeta hanno cominciato a comprare voli per Belgrado.
Il safari brutalista parte da Novi Beograd: la Genex Tower, i blokovi con i loro ballatoi infiniti, gli edifici scultorei del Blok 23. Prosegue sulla riva opposta con la Porta orientale della città, le tre torri gemelle di Konjarnik che accolgono chi arriva da sud-est, e con decine di edifici minori che impari a riconoscere camminando: banche, centri comunali, condomini che sembrano fortezze o astronavi. Non è architettura consolatoria: è ambiziosa, ruvida, a tratti disturbante, e proprio per questo racconta la Jugoslavia meglio di molti libri.
Il mio consiglio? Dedica al tema mezza giornata con la macchina fotografica e la luce giusta del mattino presto o del tardo pomeriggio, quando il cemento prende colore. E guarda questi edifici per ciò che sono: non rovine di un fallimento, ma case abitate, vive, con i panni stesi ai ballatoi. È questa normalità quotidiana dentro forme radicali il vero spettacolo della Belgrado brutalista.
Dove dormire a Belgrado

Se vuoi capire dove dormire a Belgrado, la scelta principale che devi fare è una sola: vuoi Belgrado sotto casa o vuoi guardarla da fuori? Se è la prima, la risposta naturale è dormire a Stari Grad, il centro storico: sei a piedi da Knez Mihailova, da Kalemegdan e da Skadarlija, l’offerta di appartamenti e hotel è la più ampia della città e i prezzi, pur essendo i più alti di Belgrado, restano inferiori a quelli di quasi ogni capitale dell’Europa occidentale. Il rovescio della medaglia è il rumore: il centro vive fino a tardi, e le strade della movida non conoscono il concetto di martedì sera.
Chi vuole il centro senza il caos sceglie di dormire a Dorćol, il quartiere tra Knez Mihailova e il Danubio: strade alberate, caffè di design, atmosfera residenziale ma tutto raggiungibile a piedi. È la mia scelta abituale, e i prezzi sono appena sotto quelli di Stari Grad. Alternativa d’atmosfera è dormire a Vračar, la collina borghese intorno a San Sava: eleganti palazzine, ottimi ristoranti, il Museo Nikola Tesla dietro l’angolo, con la sola avvertenza che verso il centro si scende e, soprattutto, poi si risale.
Discorso diverso per chi arriva in auto o cerca hotel moderni a prezzi più morbidi: dormire a Novi Beograd significa camere più nuove, parcheggi, grandi catene e collegamenti rapidi con l’aeroporto, pagando il tutto con la necessità di un autobus o un taxi per raggiungere il centro storico. Se invece viaggi lento e vuoi svegliarti in riva al Danubio, dormire a Zemun è una scelta di carattere: sei in una cittadina asburgica con i suoi ritmi, ceni sul fiume, e accetti venti minuti di bus per Terazije. Infine c’è chi vuole la Belgrado notturna a portata di ascensore: dormire a Savamala, tra i magazzini riconvertiti e il nuovo Waterfront, ti mette tra i locali e la passeggiata sulla Sava, in una zona in piena trasformazione dove conviene scegliere bene la struttura. Il budget, in ogni caso, ti sorriderà: a parità di categoria, Belgrado costa sensibilmente meno di Vienna, Praga o Budapest.
Dove si trova Belgrado
Belgrado è la capitale della Serbia e si trova nel nord del Paese, alla confluenza del fiume Sava nel Danubio, nel punto in cui la pianura pannonica incontra le colline dei Balcani. Sorge a circa 370 chilometri a sud-est di Budapest e a circa 390 chilometri a est di Zagabria; il confine croato dista un centinaio di chilometri a ovest, quello ungherese circa 150 chilometri a nord. La Serbia non ha sbocchi sul mare: il Danubio, navigabile, è la sua grande via d’acqua verso il Mar Nero.
Come arrivare a Belgrado dall’Italia
Come arrivare a Belgrado? Il capoluogo della Serbia è più vicina di quanto pensi: da Milano o Roma il volo dura circa un’ora e mezza, meno di molte tratte nazionali. L’aereo è la scelta ovvia, ma la città si raggiunge bene anche in auto attraverso Slovenia e Croazia, e con qualche pazienza in autobus. Il treno diretto dall’Italia, invece, oggi non è un’opzione praticabile: le vecchie relazioni internazionali via Zagabria non offrono più collegamenti comodi.
Voli dall’Italia per Belgrado
L’aeroporto di Belgrado Nikola Tesla si trova a Surčin, una ventina di chilometri a ovest del centro. Dall’Italia il collegamento più solido è quello di Air Serbia, la compagnia di bandiera, che opera voli diretti da Roma Fiumicino e Milano Malpensa e, a seconda della stagione, da altri scali italiani come Venezia e Bologna: controlla la programmazione aggiornata al momento della prenotazione, perché le rotte stagionali cambiano di anno in anno. Sulla tratta operano anche vettori low cost, con Wizz Air presente sul mercato serbo. La durata media del volo da Milano o Roma è di un’ora e trenta, un’ora e quaranta. Dall’aeroporto al centro hai tre opzioni: il minibus A1 che porta a Slavija, l’autobus urbano 72 per Zeleni Venac, oppure il taxi, per il quale conviene usare il banco ufficiale in aerostazione che rilascia un voucher con la tariffa fissa per zona.
In auto dall’Italia a Belgrado
Se parti dal nord Italia, l’auto è un’opzione concreta: da Trieste imbocchi l’autostrada slovena verso Lubiana, prosegui su quella croata via Zagabria e Slavonski Brod e arrivi a Belgrado sull’autoput E70, per circa 600 chilometri dal confine italiano, quasi tutti autostradali. Da Milano calcola circa 1.100 chilometri e una decina di ore di guida con le soste. Servono la vignetta slovena, il pedaggio croato e quello serbo, che si pagano ai caselli; ai valichi tra Croazia e Serbia, confine esterno dell’area Schengen, mette in conto attese variabili, più lunghe nei weekend estivi.
In autobus dall’Italia a Belgrado
L’autobus è l’opzione low cost per chi ha tempo: diverse compagnie internazionali, tra cui FlixBus e vettori serbi, collegano le principali città del nord Italia con Belgrado, spesso con partenze serali e arrivo la mattina dopo. Il viaggio da Milano o Bologna richiede intorno alle dodici-quindici ore a seconda di fermate e valichi. Non è la scelta più comoda, ma i prezzi bassi e la partenza notturna la rendono sensata per i viaggiatori giovani o per chi vuole azzerare i costi di trasporto. La stazione degli autobus di Belgrado si trova in posizione ancora comoda rispetto al centro.
Come muoversi a Belgrado

Quando ci si chiede come muoversi a Belgrado, la prima buona notizia è che il centro si consuma a piedi: da Kalemegdan a Slavija cammini mezz’ora scarsa, e lungo il percorso hai già visto mezza città. Per tutto il resto ci sono autobus, tram e filobus gestiti dal trasporto pubblico cittadino, capillari ed economici: le linee che userai più spesso sono quelle verso Zemun lungo il Danubio, verso Novi Beograd e verso Dedinje per il Museo della Jugoslavia e lo stadio. Informati al momento del viaggio sulle modalità di pagamento in vigore, che negli ultimi anni sono cambiate più volte.
I taxi restano economici per gli standard italiani, ma il settore convive con operatori poco onesti nelle zone turistiche: chiama sempre una compagnia via app o telefono, o fatti chiamare l’auto dal ristorante, e diffida di chi ti aborda a voce in aeroporto o in stazione. L’auto propria in centro è più un peso che una risorsa: parcheggi a zone con sosta a pagamento, traffico intenso nelle ore di punta e la rotatoria di Slavija come prova del fuoco. Usala solo per le gite fuori porta, Avala in testa. Le piste ciclabili crescono ma restano concentrate lungo i fiumi: la dorsale sul lungosava verso Ada Ciganlija e i percorsi di Novi Beograd sono ottimi, il resto del centro, con le sue salite e il suo traffico, molto meno.
Quando andare a Belgrado
La stagione giusta per un viaggio a Belgrado va da maggio a settembre, con due picchi di grazia: maggio-giugno e settembre, quando le temperature ballano tra i 20 e i 27 gradi, le giornate sono lunghe e la vita all’aperto, dai bastioni di Kalemegdan agli splavovi sui fiumi, dà il meglio di sé. Luglio e agosto funzionano se sopporti il caldo continentale, che spinge spesso oltre i 35 gradi: il vantaggio è che la città si svuota parzialmente e Ada Ciganlija diventa protagonista assoluta.
La stagione da evitare, se puoi scegliere, è il cuore dell’inverno: tra dicembre e febbraio le temperature scendono regolarmente sotto zero, la košava, il vento gelido che risale il Danubio, taglia la faccia, e le giornate corte comprimono le visite. Detto questo, Belgrado d’inverno ha un suo fascino da interni, fatto di kafane fumose e musei senza folla, e i prezzi toccano il minimo annuale.
Un ultimo consiglio pratico: controlla il calendario degli eventi prima di fissare le date. Il derby tra Stella Rossa e Partizan, i grandi concerti alla Štark Arena e le fiere internazionali riempiono gli hotel e alzano i prezzi anche fuori stagione, mentre una data azzeccata, come i giorni intorno al 25 maggio se ti interessa la memoria jugoslava, può regalare al viaggio un livello di racconto in più.
Meteo di Belgrado
Belgrado ha un clima nettamente continentale, e lo senti appena arrivi: gli inverni sono freddi e grigi, le estati calde e soleggiate, con la primavera e l’autunno a fare da cuscinetto. La città sorge nell’entroterra, alla confluenza tra Sava e Danubio, lontana dal mare, e questo la espone a sbalzi di temperatura anche rapidi, soprattutto tra febbraio e aprile. In pieno inverno la media di gennaio si aggira intorno a 1 °C e nelle notti più rigide la colonnina può scendere sotto lo zero di parecchio; in piena estate, tra luglio e agosto, le massime superano regolarmente i 29 °C e nelle ondate di calore si arriva a sfiorare i 40. Le piogge sono distribuite su tutto l’anno senza una vera stagione secca, con il picco a giugno e i mesi più asciutti in pieno inverno. Se cerchi il compromesso migliore tra clima mite, giornate lunghe e poca pioggia, punta su maggio e settembre.
| Mese | Min (°C) | Max (°C) | Media (°C) | Pioggia (mm) | Giorni di pioggia | Sole (h/giorno) |
|---|---|---|---|---|---|---|
| Gennaio | −2,6 | 4,5 | 1,0 | 40 | 8 | 2,5 |
| Febbraio | −1,4 | 7,4 | 3,0 | 35 | 7 | 3,5 |
| Marzo | 2,2 | 12,8 | 7,5 | 45 | 7 | 5,0 |
| Aprile | 6,9 | 18,4 | 12,6 | 50 | 8 | 6,5 |
| Maggio | 11,5 | 23,0 | 17,3 | 65 | 9 | 8,0 |
| Giugno | 15,2 | 26,8 | 21,0 | 75 | 9 | 8,5 |
| Luglio | 16,6 | 29,0 | 22,8 | 65 | 7 | 9,5 |
| Agosto | 16,7 | 29,3 | 23,0 | 55 | 6 | 9,0 |
| Settembre | 12,3 | 24,0 | 18,2 | 55 | 6 | 7,0 |
| Ottobre | 7,5 | 18,4 | 13,0 | 50 | 7 | 5,5 |
| Novembre | 3,2 | 11,9 | 7,6 | 45 | 7 | 3,0 |
| Dicembre | −1,2 | 5,5 | 2,2 | 50 | 8 | 2,0 |
In un anno cadono circa 630 mm di pioggia e si contano intorno alle 2.100 ore di sole, concentrate nei mesi da maggio ad agosto. L’inverno resta la stagione più cupa: a dicembre e gennaio il sole si fa vedere in media appena due ore e mezza al giorno.













